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Ago 25, 2015 - CHIESA, DIVORZIO    No Comments

FOLLIA VESCOVILE

Mi sembra di ravvisare una certa difformità di vedute tra Papa Francesco ed alcune frange estremistiche vesvovili, in tema di famiglia e di divorziati. Sta per uscire un libro che, sicuramente, non passerà inosservato per via di forti prese di posizione in materia da parte di undici prelati. In merito alla posizione dei divorziati, si afferma che “i divorziati vanno aiutati a non considerarsi separati dalla chiesa, distinguendo le situazioni, specie quelle dei coniugi abbandonati ingiustamente rispetto a quelli che hanno colpevolmente distrutto il matrimonio”. Ma cosa ne sanno i vescovi di matrimonio, loro che non si sono mai sposati e che non possono capire cosa significa vivere sotto lo stesso tetto, in una atmosfera di continua incomprensione, dettata da una incompatibilità di carattere che si è svelata col tempo. Di chi è la colpa della dissoluzione del matrimonio, solo di colui che prende la decisione finale di porre fine al rapporto? E, per questo, dovrebbe essere tacciato di colpevolezza ed essere trattato come un reietto dalla chiesa, come un lebbroso da tenere lontano, non meritevole di alcuna cura? Anche l’altro coniuge, in egual misura, avrà certamente partecipato, con le sue incomprensioni, i suoi atteggiamenti alla dissoluzione del legame. Solo perché non decide, per un qualsiasi opportunistico motivo, non è detto che non abbia una uguale percentuale di  responsabilità. Ma la follia dei vescovi, che con il loro atteggiamento non faranno altro che perdere pecore dal loro gregge, non finisce mica qui. Secondo il porporato Ruini, i ” divorziati risposati non possono essere ammessi alla comunione, in quanto il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono a quell’unione di amore sancita dall’Eucaristia”. In pratica, sentite sentite, qui si raggiunge l’apice dell’assurdo, per poter accedere alla comunione  occorre “assumere l’impegno di vivere in piena castità, cioè astenersi dagli atti propri dei coniugi, in presenza di una sessualità extraconiugale la via della comunione non è percorribile”. Si, avete capito bene, il divorziato che vuole avvicinarsi al corpo di Cristo, deve fare voto di castità, diventare monaco, abbandonare ogni velleità sessuale. Paradossalmente, potrebbe anche risposarsi ma per entrare in chiesa ed avvicinarsi all’Eucaristia, dovrebbe rinunciare a qualsiasi rapporto. Con buona pace del nuovo coniuge. Siamo all’inverosimile, all’incredibile, al medievale, ma nemmeno, perché a suo tempo i papi si sposavano ed avevano prole. Una chiesa così non credo abbia lunga vita e numerosi consensi, anche perché i divorzi non fanno altro che aumentare. Una chiesa così, non al passo coi tempi, è segno di arretratezza mentale e conservatorismo antisociale che non ha alcun fondamento. Non mi sembra di aver mai letto, neanche negli apocrifi, che Gesù Cristo si sia espresso in questi termini nei confronti dei divorziati, né che abbia rifiutato la presenza di divorziati tra tutti i suoi discepoli. Anzi, mi sembra che uno dei suoi slogan sia stato “andate e moltiplicatevi”, senza specificare che questo dovesse essere fatto con una sola donna. Tanto meno, mi sembra, abbia detto che chi volesse diffondere la parola di Dio non potesse sposarsi in senso assoluto. Tutte decisioni, opportunistiche, prese solo successivamente nei vari concili che si sono susseguiti. Papa Francesco cerca di lanciare qualche sassolino nello stagno per verificare le possibili reazioni, ma, al momento, ci sono ancora dinosauri in tonaca che non permettono, con le loro retrograde concezioni, lo svilupparsi di una chiesa moderna, al passo con i tempi di una società in continua evoluzione. Cristo ha parlato sempre di misericordia, di perdono, di disponibilità. E’ più facile, per la chiesa, perdonare un pluriomicida anziché una persona che, probabilmente per il bene di tutti i componenti la famiglia, decide di porre fine ad un rapporto che, altrimenti, avrebbe potuto produrre maggiori danni se fosse continuato. Per questi prelati, meglio un matrimonio finto, con reciproche vite parallele dei coniugi, anziché la sincerità ed il coraggio di porre fine ad un rapporto che si è incrinato col tempo.